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I vini del Vesuvio

Un mito sempre attuale

VesuvioPompeiBoscoreale

La diffusione e lo sviluppo delle attività e della cultura del vino nell’area vesuviana già in epoche antichissime sono testimoniate dal rinvenimento di numerose pitture murali raffiguranti uve, vigneti, vino e di taverne, doli, torchi e altri suppellettili nelle case pompeiane e nelle ville rustiche circostanti.

Suolo

La particolare composizione dei suoli del Vesuvio, molto ricchi in potassio, fosforo, ferro e silice, rende questa terra particolarmente fertile tanto da produrre ottimi vini e anche pregiati alberi da frutto come l’albicocco e gustosi ortaggi come il famoso pomodorino del piennolo.

Piedirosso e Coda di Volpe

Piedirosso e Coda di Volpe

Catalanesca

Catalanesca

Vini Romano

Il suolo vesuviano è caratterizzato dalla fertilità dei terreni dovuta alla presenza di minerali come il potassio e la silice contenuti nelle lave stratificate, antiche e recenti. Questa composizione dei terreni ha reso l'area vesuviana particolarmente adatta alla coltivazione di numerosi prodotti agricoli e della vite che qui, in virtù della natura dei suoli, risulta essere immune alla Filossera e può perciò essere riprodotta autoctonamente senza l'utilizzo delle viti americane che, altrove, servono come protezione dal parassita: sono, cioè, su piede “franco”, ovvero sono ancora le viti che vi si acclimatarono millenni fa.

Furono i Romani a sviluppare le potenzialità vinicole del Somma-Vesuvio impiantando la vite da cui ha avuto origine il Lacryma Christi: numerose e famose in tutto il mondo sono le ville romane e le masserie rustiche, riemerse dalle ceneri dell’eruzione che nel 79 d.C. seppellì Pompei e gran parte della piana vesuviana, dove sono stati rinvenuti doli, i grossi contenitori di terracotta che servivano a raccogliere il pregiato vino, torchi e altre suppellettili che testimoniano una cultura e un’attività enologica ampiamente diffuse e sviluppate presso gli antichi abitanti di queste terre.

Le uve vesuviane sono coltivate nei caratteristici vigneti in declivio, alle pendici del vulcano fino a 400 metri di altezza. Tra i vitigni più conosciuti vi sono il Caprettone, chiamato anche Coda di Volpe per la caratteristica forma del grappolo che ricorda appunto una coda di volpe, che deriverebbe dal Cauda Vulpium citato da Plinio il Vecchio nella sua Naturalis Historia. È utilizzato nell’uvaggio del Lacryma Christi Bianco.

Il Piedirosso, localmente detto Per e’ Palumm o Palumbina per il grappolo che ricorda un piede di colombo, compone invece il Lacryma Christi Rosso e il Vesuvio Rosso e Rosato. Corrisponde alla colombina, un altro vitigno citato da Plinio il Vecchio.

Nell’area di Somma Vesuviana, Sant’Anastasia, Ottaviano, PollenaTrocchia viene prodotta l’uva catalanesca, un vitigno a buccia bianca importato nel 1450 da Alfonso I d’Aragona, utilizzato come uva da tavola e per la produzione di vino locale. Tradizionalmente consumata, a Capodanno, come buon auspicio, ha ottenuto di recente la vinificazione, entrando a far parte degli uvaggi del Lacryma Christi Bianco, del Pompeiano e di un particolare vino passito prodotto da uva catalanesca in purezza.
Altri vitigni vesuviani sono la Falanghina, il Greco e il Greco Nero, lo Sciascinoso, la Verdeca.

Lacryma Christi del Vesuvio DOC e Vesuvio DOC

Il Lacryma Christi e il Vesuvio sono vini noti ed affermati in tutto il mondo e che entrano a pieno titolo nella storia dell'enologia nazionale ed internazionale.

I versi di Marziale «Haec iuga quam Nysae colles plus Bacchus amavit - Bacco amò queste colline più delle native colline di Nisa» esprimono tutta la possanza e l’unicità di questi vini, conosciuti già in epoche antichissime e ricordate, nel corso di epoche diverse, da miti e leggende: «Dio riconoscendo nel Golfo di Napoli un lembo di cielo strappato da Lucifero durante la caduta verso gl'inferi, pianse e laddove caddero le lacrime divine sorse la vite del Lacrima Christi» sino al suggello, contemporaneo, di Curzio Malaparte che, nel suo romanzo La pelle, invita a bere «questo sacro, antico vino».

Le denominazioni di origine controllata (DOC) Lacryma Christi del Vesuvio e Vesuvio (D.P.R. 13.01.1983 - D.M. 31.11.1991) interessano 15 comuni della provincia di Napoli: Boscotrecase, Trecase, San Sebastiano al Vesuvio e parte dei comuni di Ottaviano, San Giuseppe Vesuviano, Terzigno, Boscoreale, Torre Annunziata, Torre del Greco, Ercolano, Portici, Cercola, Pollena Trocchia, Sant’Anastasia e Somma Vesuviana, ad alta vocazione vitivinicola e localizzati su tutta la fascia pedemontana del Vesuvio dove i vigneti ospitano varietà autoctone da sempre coltivate in questa zona.

Il Lacryma Christi Bianco è ottenuto da Coda di Volpe bianca e/o Verdeca (min 80%), Falanghina e/o Greco (max 20%) con con gradazione alcolica minima del 12%; Il Lacryma Christi Bianco viene utilizzato anche per produrre uno Spumante e un vino Liquoroso.

Il Lacryma Christi Rosso è prodotto con Piedirosso e/o Sciascinoso (min 80%), Aglianico (max 20%) con gradazione alcolica minima del 12%;

Il Lacryma Christi Rosato è ottenuto da Piedirosso e/o Sciascinoso (min 80%), Aglianico (max 20%) con gradazione alcolica minima del 12%.

Si possono fregiare della denominazione di Lacryma Christi quei vini prodotti da uve che sono state raccolte quando dai loro acini stillano lacrime di zucchero. Quando i vini hanno una gradazione alcolica inferiori all'11% per il bianco e al 10,50% per il rosso e il rosato sono denominati Vesuvio. Sia nel caso dei bianchi che dei rossi l'assemblaggio di diverse varietà con caratteristiche differenti nasce perchè avvenga un effice integrazione-compensazione nel risultato finale. Nel rosso in genere si compensa l’austerità dell’Aglianico con la facilità di beva del Piedirosso, mentre nel bianco la Falanghina dona freschezza alla Coda di Volpe.

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